Cesena riscopre uno dei suoi personaggi più illustri: Dino Manuzzi. L’imprenditore cesenate che esportò il Cavalluccio, e non solo, in Europa è raccontato in una mostra fotografica “Dino Manuzzi – Alle porte d’Europa” alla chiesa di Sant’Agostino dal 19 settembre al 18 ottobre. Una raccolta di immagini, alcune personali e in momenti conviviali con la famiglia, che spiega in breve la scalata nel mondo imprenditoriale locale ed estero di Manuzzi. Il culmine fu la cavalcata storica col Cesena calcio: centrò per primo la promozione in Serie A (1972-1973) e poi ottenne una incredibile qualificazione in Coppa Uefa (sesto posto nel torneo di A targato 1975-1976), guadagnandosi la celebre doppia sfida ai campioni del Magdeburgo l’anno successivo. 

Nel cinquantenario dell’unica, fino ad ora, partecipazione alla manifestazione continentale dei bianconeri, la mostra vuole non solo ricordare il presidente Manuzzi, ma anche farlo scoprire ai più giovani di oggi, che lo associano “solamente” all’intitolazione dello stadio cittadino. Nei fotogrammi quindi si percorrono le vicende personali, lavorative e sportive, con alcuni scatti inediti provenienti da diversi archivi. Ne traspare una figura seria, autoritaria e affidabile, ma capace anche di intrattenere in discorsi informali i commensali. Foto preziose con il Conte Alberto Rognoni, fondatore del club, Pietro Sarti, il compianto Azeglio Vicini e anche Raffaella Carrà, oltre che con molti calciatori e allenatori che hanno caratterizzato la sua gestione che durò dal 1964 (anche se iniziò a guidarla l’anno prima) fino al maggio del 1980.

Le commemorazioni non finiscono qui perché il 6-7 ottobre si è svolto lo spettacolo teatrale “L’uomo che ha accompagnato la Romagna nel futuro” perché chi lo ha conosciuto ha affermato che “vedeva le cose prima di altri”. Uno sguardo quindi lungimirante e avveniristico raccontato nello spettacolo scritto da Cesare Pomarici e Francesco Zani, dopo un anno di ricerca storica e interviste ai protagonisti dell’epoca, con musiche di accompagnamento.
Questo il ricordo di una delle figlie, Paola Manuzzi. “Quando mia nipote Martina mi chiese perché lo stadio portasse il nome di Dino Manuzzi, ho pensato alla vita di un uomo di Romagna con i piedi piantati per terra e lo sguardo rivolto al futuro: fare ed essere qualcosa di più. È questa la sintesi di ciò che mio padre ha lasciato alla famiglia e alla città di Cesena, che ha molto amato e da cui è stato riamato. Era qualcosa di più di un esportare ortofrutticolo e presidente di una squadra di calcio. Per tanti giovani giocatori lontani da casa, il nostro babbo non era solo un dirigente, ma un vero e proprio padre. Ci ha indicato un modo di stare al mondo fatto di intraprendenza, senso della comunità e fiducia nei giovani, portando nel calcio le stesse straordinarie capacità che aveva nel lavoro, sempre affiancato e sostenuto da mio fratello Luciano”.

Dino Manuzzi nacque a San Martino in Fiume il 14 ottobre 1907. Soprannominato “Manuzin”, per via della corporatura minuta, dopo aver conseguito la quarta elementare, dal nulla creò un impero basato sull’export della frutta: con fiuto, coraggio e intuizione partì acquistando prodotti dai contadini locali, per poi rivenderli al mercato ortofrutticolo cittadino. In precedenza due fratelli erano partiti per l’Africa Orientale con due camion, per partecipare alla fondazione della “Romagna d’Etiopia” voluta dal regime, mentre un altro era emigrato negli Stati Uniti. Nella vita privata, Dino conobbe la sua futura moglie proprio a San Martino, Adele Fantini, in un circolo di paese. Di giorno era impiegato nelle vesti di barbiere, di notte trasportava la frutta che acquistava quando ancora era sulle piante, anticipando i tempi (con le i dovuti rischi di malattie e intemperie). Dal matrimonio nacquero i primi tre figli: Loredana, deceduta a causa della scarlattina da piccola, Luciano e Carla. Ebbe l’intuizione, l’ennesima, di acquistare e poi noleggiare agli agricoltori locali due trattori. Nel 1939 ci fu un’altra evoluzione: Manuzzi si mise in società con Faedi e entrò nel giro “dei grandi” della frutta. La Seconda guerra mondiale scombinò le carte in tavola, furono gli anni più duri. Nel 1943 si rimise in proprio e aprì in via Battisti il primo magazzino. Il colosso dell’Arrigoni, si salvò dagli eventi tragici del conflitto perché si riconvertì producendo conserve, cibo essiccato e lavorando le patate. Il mercato della frutta crollò e il culmine si ebbe con l’occupazione nazista del territorio, finché non ci fu il passaggio del fronte e la liberazione alleata (1/4 del patrimonio della frutta era stato distrutto dalle truppe tedesche in ritirata). Manuzzi si risollevò rifornendo di cibo gli angloamericani, così come i cittadini. Ancora prima che finisse la guerra, nel 1945 per la prima volta esportò fragole, pesche, albicocche, ciliegie in Inghilterra, Francia, Belgio, Svizzera e, dopo la liberazione, in Germania Ovest. La famiglia intanto si era allargata con le nascite dei gemelli Pietro (soprannominato Piero) e Giovanni, e di Paola.
Col tempo e l’aumentare della mole di lavoro ampliò la sua attività fino a creare la ditta omonima di commercio nel 1946. Nel ’60 crebbero i magazzini di via Battisti, via Serra e poi via Piave, a ridosso della stazione ferroviaria. Proprio questo fu il più grande realizzato, che aveva la capacità di raccogliere metà della frutta prodotta. Il colpo di genio: collegare con un raccordo i binari alla linea centrale per consentire ai vagoni di entrare in fabbrica. Si rafforzò il commercio con la più grande piazza di Milano e i collegamenti con le città d’Europa, fino a vincere nel 1966 il mercantile d’oro. A questo titolo, seguì quello di commendatore a Roma, per i grandi risultati imprenditoriali raggiunti, facendo conoscere i suoi prodotti prima nelle piazze più grandi italiane e poi all’estero, e anche il nome di Cesena, che fuori dalla Romagna probabilmente in pochi conoscevano. Lo stesso anno, il 17 marzo, venne eletto anche presidente di Confcommercio cesenate.
Sul fronte sportivo si aprì in maniera quasi causale la sua epopea che entrò nella leggenda. Il sindaco di Cesena, Tonino Manuzzi (non erano parenti di sangue, ma la figlia si sposò con Luciano Manuzzi, figlio proprio di Dino) chiamò proprio Manuzin, in aiuto del Cesena calcio, che versava in grandi difficoltà economiche sotto la gestione del Conte Alberto Rognoni. A inizio degli anni ’60 a Manuzzi non importava molto del calcio e del Cavalluccio, leggeva i risultati sul giornale il lunedì. Domenica infatti era l’unico giorno di riposo per stare con la famiglia e andare a Cesenatico in auto. Nel 1963 Rognoni e Manuzzi non si conoscevano ma da quell’incontro col sindaco, Manuzzi capì anche di avere una responsabilità pubblica: fare grande il Cesena e di conseguenza anche la città. Spese 60 milioni di lire per rilevare la società da Rognoni ed estinse anche tutti i debiti della precedente gestione. Tuttavia, si insediò ufficialmente come presidente dopo un anno “di proroga” che gli servì per studiare il mondo del calcio, così lontano dalla sua frutta ma altrettanto simile in alcuni aspetti. Imparò i meccanismi, i segreti e Luciano divenne il suo braccio destro, ricoprendo ruoli dirigenziali all’interno del club. I risultati sul campo non tardarono ad arrivare: nel 1968 il Cesena di Manuzzi conquistò la prima promozione in B, poi nel 1973 il grande salto in A con Gigi Radice e Ariedo Braida (poi Milan, Barcellona e oggi Ravenna) fu il miglior attaccante.
Un intrigo di mercato scoppiò nell’ottobre del 1974: durante il mercato di riparazione, su Il Resto del Carlino balzò la pazza idea di acquistare Gigi Riva. Cera, amico di “Rombo di tuono”, fu inviato in Sardegna per convincerlo a trasferirsi in riva al Savio. Con una offerta economica adeguata al calciatore, era anche disponibile una boutique di Milano Marittima da dare in gestione alla moglie. Per motivi non conosciuti, la trattativa ben avviata non si concretizzò.
Il meglio però doveva ancora arrivare: nel 1975-1976 il Cavalluccio centrò la storica qualificazione alla Coppa Uefa, prima e unica volta fino ad ora. Il Napoli infatti vinse la Coppa Italia e qualificò il Cesena da sesta assoluta, a pari merito con i rivali del Bologna, ma con una miglior differenza reti. Fu la prima squadra in Europa rappresentante di un non capoluogo di provincia. L’anno seguente l’epico doppio scontro di Magdeburgo che ha fatto la storia. I pochi tifosi in Germania Est sostennero un viaggio in aereo da Venezia con destinazione Berlino, con un pacchetto da ben 200mila lire.
Una delle tante mosse visionarie, fu quella del 1978 di far entrare nel vivaio Arrigo Sacchi (detto Brodino), fino a quel momento rappresentate di calzature e allenatore in D del Bellaria. Il tecnico di Fusignano, sotto la gestione di Edmeo Lugaresi, conquistò nel 1982 il primo scudetto Primavera.
A causa di una caduta nella propria abitazione nell’agosto del ’79, si sottopose ad un importante intervento chirurgico al cranio. Le condizioni di salute precipitarono nel corso degli anni a seguire e fu costretto prima a vendere la propria attività e poi a lasciare le redini del club a Edmeo Lugaresi, suo nipote e quindi successore. Dino Manuzzi morì il 29 maggio del 1982 all’ospedale di Bologna.